Tra i processi più noti passati per il Palazzo delle Prigioni Nuove, quello a Giacomo Casanova è senza dubbio il più studiato. L’analisi dei documenti originali mostra come molte delle accuse a suo carico non riguardassero veri e propri crimini, ma piuttosto il suo comportamento e il suo stile di vita.
La prima accusa fu quella di appartenere alla massoneria, circostanza reale ma diffusa all’epoca, sebbene considerata sospetta in quanto legata a una società segreta. Seguiva l’accusa di dedicarsi all’alchimia e a pratiche magiche, attività che Casanova effettivamente frequentava e nelle quali era ritenuto esperto.
L’unica imputazione riconducibile a un reato concreto riguardava una truffa organizzata sotto forma di lotteria, ideata per ottenere denaro da persone credulone. L’accusa più grave, tuttavia, fu quella di libertinaggio, termine con cui si indicava una condotta morale ritenuta eccessiva e pericolosa per l’ordine pubblico.
Il caso Casanova va letto anche in chiave politica e diplomatica. La sua personalità esuberante e una relazione che coinvolse l’ambasciatore di Francia contribuirono a renderlo una figura scomoda. La condanna ai Piombi, le celle più dure, fu così il risultato di una somma di accuse e di un clima che suggeriva di allontanarlo dalla scena veneziana.




